Lalique a Torino

negozio

Lalique in primo piano da Prochet: una vetrina che si fa Boutique dedicata all’Universe Lalique


Dal cristallo sorge un sentire artistico nuovo: Lalique

Dalle fragili trasparenze del mondo del vetro e del cristallo s’intravede, nella seconda metà del xix secolo, il sorgere di un sentire artistico nuovo: quell’Art Nouveau che rivoluzionerà il gusto europeo in un proliferare di innovazioni decorative sembra nascere con un personaggio che ne sarà il vate, Jules-René Lalique, il “gioielliere-poeta della Belle époque”, inventore del bijou moderno, creatore di parures, pendenti, diademi, colliers, pettini, anelli e bracciali che saranno indossati da femmes fatales come Sarah Bernhardt e Julia Barthet, divenuto poi maestro assoluto nell’arte del vetro e dei flaconi di profumo - opere d’arte.
Bisogna sapere infatti che all’alba del Novecento il profumo, come è concepito oggi, non esisteva: veniva venduto in semplici fiale che poi le signore travasavano in preziosi flaconi. È René Lalique che crea il flacone di profumo, donando a essenza e contenitore un’unica identità. Nasce un nuovo commercio di lusso: le fragranze di Coty, Roger Gallet, Molinard, fino a Nina Ricci con il mitico L’Air du Temps, escono dalle case dei grandi profumieri ammantate anche dal fascino di flaconi che le racchiudono in un abbraccio di trasparenza d’arte.
Per scivolare dritti al cuore dell’Universe Lalique, cediamo alla seduzione di un’immagine d’insolente splendore, la Masque de Femme, che René Lalique creò nel marzo del 1935 come ornamento da alternare ai pannelli della celebre opera Fontana Coutard: i tratti delicati di un viso di donna traspaiono dal cristallo contornati da un fauno acquatico. Il mistero della femminilità si fa icona e porta in sé l’essenza stessa dell’immaginario artistico del suo creatore.
Masque de Femme, dal 1951 inserita nel catalogo, riprende vita in forma, via via, di pannello d’arredo, specchio, spilla, anello, tappo di un flacone di profumo (Le Parfum, del 2005, realizzato da Dominique Ropion), ciondolo, boîte à bijoux ecc.; il suo fascino si riverbera nel tempo interpretando il più autentico spirito dell’arte applicata, che traspare sino a noi riflessa su questi oggetti d’uso, d’arredo o di lusso.
Scopriamo un’identica sintesi emblematica di femminilità e natura se lasciamo che lo sguardo si perda sulla grande Coupe Côte d’Or, quasi una scultura di nudi e grappoli d’uva a rilievo, realizzata in vetro da René Lalique nel 1943: riflessi di luce donano soffi di vita e movimento a voluttuose sacerdotesse votate al dio del vino e dell’estasi: il cristallo satinato si fa liscio come pelle setosa. Ma quanta perizia tecnica occorre, per dar forma a tanta indelebile impronta di stile e splendore?

negozio

Il metodo millenario della cera persa

La cera persa è un procedimento che si rifà ad antichissime tecniche utilizzate per fondere le sculture in bronzo; l’originalità consiste in un primo tempo nell’adattarla alla gioielleria, per rimpiazzare le pietre dure o semipreziose con dei piccoli motivi in vetro. Visto l’eccellente risultato, René Lalique pensò di realizzare a cera persa anche pezzi di maggiore misura che avessero vita artistica propria. Il procedimento è il seguente: dopo aver modellato un’opera in cera, la si avviluppa nel gesso e si passa il tutto nel forno, facendo fondere la cera che è all’interno; estratto il pezzo dal forno, la cera fusa viene persa, cioè fatta colare via attraverso un foro conico praticato nel rivestimento. A questo punto nella forma vuota viene introdotta la colata di vetro o cristallo in fusione. Ogni pezzo ottenuto con questo procedimento è unico; nondimeno, utilizzando l’impronta del pezzo, è possibile ottenere un certo numero, anche se limitato, di nuove forme in cera, più elastiche, che daranno vita a oggetti che non saranno mai identici all’originale, ma molto simili, sebbene con caratteristiche uniche. Il procedimento, complesso, costoso e lungo, è riservato ai pezzi artistici.
Uno su tutti il Vaso Bacchantes, realizzato nel 1927: dodici nudi femminili in bassorilievo si allacciano in tondo, liberi nei riflessi della luce satinata che li cattura; pare sia dopo quest’opera che lo scrittore Maurice Rostand definì Lalique “il Rodin della trasparenza”.

negozio

Un cristallo da accarezzare

Una caratteristica che fa individuare un Lalique al primo colpo anche a un profano è la satinatura: liscia, levigata, luminosa, vellutata. Solo quella di un Lalique ha queste caratteristiche, che si ottengono con il metodo della sabbiatura: la superficie del vetro o cristallo viene colpita a pioggia da granelli di sabbia o polvere di corindone (ossido di alluminio) che aggrediscono la superficie per renderla opaca. Ma il vero segreto sta nei passaggi a mano, eseguiti a freddo dai maestri vetrai più esperti, che addolciscono ogni curva lasciando trapelare, sotto la satinatura, la luce intrinseca del vetro o del cristallo: con quale materiale venga effettuata questa levigatura non è mai stato rivelato. Ogni magia ha i suoi segreti…
A 150 anni dalla nascita di René Lalique, sono stati selezionati alcuni fra gli oggetti più significativi che l’artista realizzò in vetro, proponendoli ora in cristallo: la collezione, un arcobaleno di luce dal 1860 a oggi, ha nome Hommage à René Lalique. Fra i vari pezzi riproposti in questa collezione c’è il Vaso Sauterelles, del 1912. È un tripudio di semplicità: un lieve saltellar di cavallette sembra farsi armonia di musica fra gli esili fili d’erba; l’idea era di «creare qualcosa di mai visto», portando in evidenza i più piccoli dettagli, esplorando flora e fauna in ogni più stravagante prospettiva.

La curiosa storia di un acquario diventato tavolo

Table Cactus: 144 chilogrammi di cristallo la base, più 74 di cristallo il piano; 69,1 centimetri di altezza in un capolavoro di imponente finezza che in realtà non è nato per essere un tavolo: verso la fine del 1930, René Lalique aveva ideato una grande agave a otto foglie per farne la decorazione di un acquario in cui esporre alcuni pesci in cristallo (i Perches, ora fuori produzione) realizzati nel 1929. Pubblico e critica ne rimasero affascinati. Il ricordo di quel successo suggerì nel 1951 al figlio Marc Lalique di ridar vita a quell’opera, facendone un oggetto d’arte sì, ma utile: un piano in cristallo, spesso 19 millimetri e di 114 centimetri di diametro, venne appoggiato sulle cime delle otto foglie di agave. Nacque così il Table Cactus: svista botanica o licenza poetica che sia stata (agavi e cactus hanno in comune solo le spine sulle foglie, e le Americhe come luogo d’origine), è con questo nome che comunque venne inserito e ancora risulta a catalogo. Magistrale equilibrio fra arte, tecnica originalità, eleganza e funzionalità: solo artigiani che abbiano ricevuto il titolo di Meilleur Ouvrier de France possono realizzarlo. Per la creazione delle otto gambe/foglie, occorrono da otto a dieci settimane negli atelier di vetro caldo, con il concorso di sei maestri vetrai che foggiano a mano ogni elemento. Per ognuna di esse occorrono cinque colaggi successivi della materia vitrea in fusione di tre forni, per due giorni di fusione, e nove giorni di ri-cottura (ri-fusione). In seguito, per le rifiniture di ogni parte, sono necessarie tre ore di lavoro manuale negli atelier di vetro freddo. Le volute del cristallo, cadenzate di luce, sono una vertigine di mille fuochi che assorbono senza sforzo non solo lo sguardo, ma anche il notevole peso del piano, che si poggia sulle cime apicali delle foglie con il solo ausilio di un doppio cerchio in acciaio che ne permette l’appoggio e la distribuzione del peso.
Ma in Lalique l’arte del cristallo, da possente sa tornare a essere leggerissima e minuta, com’era nata per il vetro, così rarefatta e lieve da poter essere ornamento per la donna più raffinata, con i gioielli che crea ancora oggi, preziosi ed elaborati, o semplicissimi, come l’anello Cabochon, ideato dallo stesso René nel 1929, così moderno che potrebbe esser stato disegnato oggi: un’esaltazione di trasparente essenzialità da indossare fra le dita: un anello che tecnicamente nasce come goccia di cristallo.